01 febbraio 2008
Il vodù del Golfo di Guinea
Il vodù è conosciuto come un fenomeno religioso intriso di animismo, tipico di Haiti e delle isole caraibiche. La trance, la possessione, il pantheon, gli spiriti, i feticci e l'intero complesso numinoso incidono direttamente sulla sfera dei comportamenti sociali. Tale sistema culturale è stato introdotto nelle Americhe dagli schiavi africani.Grazie alla disponibilità di Arcoiris TV, è possibile vedere uno straordinario documentario antropologico girato sulle coste del Golfo di Guinea, dove il vodù conserva ancora la sua antica e misteriosa forza.
Per visualizzare il filmato, prodotto dalla EMI, è necessario il lettore RealPlayer.
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La zampogna zoppa di Amatrice. "Saltarella" con "ciaramella" e "tamburella"

Alessio Rosati, figlio di Rosolino, tenta di recuperare e conservare le zampogne che sono state consegnate alla storia. Sta diventando un vero cultore e collezionista di "ciaramelle", custodendo con estrema cura quelli che furono gli strumenti di noti personaggi della conca amatriciana. Le zampogne sono tenute in un luogo umido, per una migliore conservazione delle pelli e dei legni. All'occorrenza fa qualche lavoro di manutenzione, introducendo nuove tecniche, come ad esempio il fissaggio della pelle al ceppo tramite una fascetta di plastica anziché utilizzare il classico spago. Costruisce ancora le ance utilizzando la canna di fiume e l'antichissima tecnica della legatura, in alternativa alla recente tecnica che utilizza le ance in plastica, ma che producono un suono sgradito soprattutto secondo i canoni estetici locali.
Sagre e Profane - escursione al Lago Albano
Sarà possibile osservare anche gli aspetti morfologici del lago, mettendone in risalto la chiara origine vulcanica.
Magnifici boschi insediatisi sui terreni umidi e fertili costituiscono lo scenario naturale all'interno del quale è ambientata la passeggiata.
Ulteriori informazioni e i contatti per laprenotazione obbligatoria e gratuita, si trovano cliccando qui.
Memo: Domenica 7 ottobre, partenza ore 9,00, sentiero del Lago Albano (Lago di Castelgandolfo)
Myanmar: appello per cessare la repressione
Data di pubblicazione dell'appello: 27.09.2007
La sera del 25 settembre circa 300 persone sono state arrestate durante le proteste contro la giunta militare del Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo (Spdc), nell’ex capitale Yangon, nella seconda città più grande, Mandalay, così come a Meiktila, a Pakokku e a Mogok. Amnesty International ha appreso che diverse persone sono entrate in clandestinità per evitare l’arresto.
Alcuni arresti erano già avvenuti la sera del 24 settembre, ma la maggior parte ha avuto luogo nelle successive 36 ore, con l’intensificarsi del giro di vite da parte delle forze di sicurezza. Tra le persone arrestate vi sono tra i 50 e i 100 monaci di Yangon, il parlamentare Paik Ko e almeno un altro esponente del principale partito d’opposizione, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) guidata da Aung San Suu Kyi, diversi altri membri dell’Nld e altre figure pubbliche, tra cui il famoso attore e prigioniero di coscienza Zargana (conosciuto anche come Ko Thura). Amnesty International crede che questi e altri detenuti si trovino a rischio di tortura o altri maltrattamenti.
Fonti governative hanno confermato ai giornalisti che almeno tre monaci sono stati uccisi a Yangon: uno da un colpo d’arma da fuoco e gli altri due a seguito di un pestaggio. Fonti non ufficiali hanno fatto sapere ad Amnesty International che oltre 50 monaci sono rimasti feriti.
Nonostante l’alta tensione, migliaia di persone continuano a manifestare nelle strade contro il governo, guidate dai monaci, i quali hanno però voluto proteggere la popolazione chiedendo di non prendere parte alle dimostrazioni.
Sembra che le forze di sicurezza abbiano percosso i manifestanti con manganelli, utilizzato gas lacrimogeni per disperdere la folla che sfidava il recente divieto di raduno di più di 5 persone e sparato colpi di avvertimento in aria.
Le proteste pacifiche hanno avuto inizio ad agosto, in risposta al brusco aumento del prezzo dei carburanti. I monaci buddisti, che hanno preso la guida delle proteste dopo che alcuni di loro erano stati feriti nella città di Pakokku, chiedono la riduzione del prezzo dei generi di prima necessità, il rilascio dei prigionieri politici e un processo di riconciliazione nazionale per risolvere le profonde divisioni politiche interne.
La mattina del 25 settembre, le autorità hanno iniziato il giro di vite sui manifestanti, introducendo un coprifuoco di 60 giorni dalle 21 della sera alle 5 del mattino e avvisando la popolazione che sarebbero stati adottati provvedimenti di legge contro i dimostranti.
Le violazioni dei diritti umani a Myanmar sono diffuse e sistematiche. Tra queste vi è l’utilizzo di bambini soldato e il ricorso ai lavori forzati. Inoltre, sono in vigore leggi che criminalizzano l’espressione pacifica del dissenso politico.
Alla fine del 2006, la maggior parte degli esponenti di primo piano dell’opposizione era agli arresti o sottoposta a forme di detenzione amministrativa e 1160 prigionieri politici erano detenuti in condizioni via via più dure. Gli arresti avvengono spesso senza mandato e i detenuti sono costretti a trascorrere lunghi periodi d’isolamento; la tortura è praticata regolarmente nel corso degli interrogatori; i processi nei confronti degli oppositori politici seguono procedure non in linea col diritto internazionale e agli imputati viene frequentemente negato il diritto a scegliere un avvocato, se non addirittura ad averne uno. La pubblica accusa fa ricorso a confessioni estorte con la tortura.
Per approfondimenti sulla situazione dei prigionieri politici in Myanmar: “Myanmar’s Political Prisoners: A Growing Legacy of Injustice”
http://web.amnesty.org/library/Index/ENGASA160192005
Partecipa alla nostra azione, firma l'appello:
Firma on line questo appello
Stampa e spedisci gli appelli qui sotto gli indirizzi:
State Peace and Development Council (SPDC)
Senior General Than Shwe
c/o Ministry of Defence, Naypyitaw, Union of Myanmar
Foreign Minister Nyan Win Ministry of Foreign Affairs, Naypyitaw, Union of Myanmar
Fax: +95 1 222 950, +95 1 221 719
Attorney General U Aye Maung, Office of the Attorney General, Office No. 25, Naypyitaw, Union of Myanmar
Fax: +95 67 404 146, +95 67 404 106
Brig-General Khin Yi Director General, Myanmar Police Force, Naypyitaw, Union of Myanmar
Testo dell’appello
Egregio____________,
Desidero esprimerLe la mia preoccupazione per le notizie sull’arresto di centinaia di monaci e altri manifestanti pacifici, tra cui il noto attore Zargana e il parlamentare Paik Ko.Esorto Lei e il Suo governo a rilasciarli immediatamente e senza condizioni, a meno che non siano accusati di un reato di effettiva natura penale.
Le chiedo di assicurare che le persone arrestate siano trattenute solo in centri di detenzione ufficiali e che sia garantito loro l’immediato accesso agli avvocati, alle famiglie e a ogni trattamento medico di cui possono aver bisogno;
Le chiedo inoltre di assicurare che i detenuti non siano sottoposti a tortura o ad altri maltrattamenti;
Infine, Le chiedo di garantire a tutti i diritti alla liberta di espressione, associazione e assemblea senza timore di vessazioni, intimidazioni o detenzione arbitraria, in linea con gli standard internazionali sui diritti umani.
Distinti saluti.
Sagre e Profane - escursioni
In particolare si occupa di guidare alcune escursioni finalizzate alla migliore conoscenza del territorio, da un punto di vista storico-antropologico, senza tralasciare gli aspetti ambientali, geologici e floro-faunistici.
Concluso il 23 settembre il giro del Lago di Nemi, con relativa sosta al Tempio di Diana e visita al Museo delle Navi Romane, la prossima escursione (30 settembre) toccherà il Bosco del Cerquone, sito di interesse Comunitario (SIC). Qui si potranno ammirare piante ad alto fusto, residuali (precedenti alla introduzione del castagno, avvenuta a partire dal XVI-XVII secolo), quali farnie, cerri e carpini bianchi.
Per ulteriori dettagli relativi alla "Passeggiata al Bosco del Cerquone", che si terrà il 30/09/2007 alle ore 9,30, e per la obbligatoria e gratuita prenotazione, si rimanda alla segreteria di Sagre e Profane qui
Ulteriori informazioni e altre interessanti iniziative si trovano sul sito:

ETNICA 2007 - Yampapaya

19/07/2007 Yampapaya in concerto @ ETNICA - Monte Porzio Catone - ore 22,00.
La band composta da musicisti provenienti da 3 continenti diversi, propone una miscela musicale che spazia dall'afro, al reggae, al rock.
Unici nel proprio genere, sono tra i veterani della World Music.
Dopo l'appuntamento che ha visto ieri sera esibirsi i Carthage Mosaique, gruppo maghrebino facente parte del progetto inter-culturale dell'Orchestra di Piazza Vittorio, che ha regalato al pubblico ottimi momenti di musica araba e di danza del ventre, vi spettiamo numerosi.
ETNICA 2007 a Monteporzio Catone

Le musiche del mondo si incontrano
ETNICA III – musiche e culture dal mondo
Monte Porzio Catone, 14-29 luglio 2007
Suoni e idee, percorsi e intercultura, sperimentazioni e incontri: è la terza edizione di Etnica, festival di musiche e culture dal mondo, dal 14 al 29 luglio a Monte Porzio Catone.
Per riscaldare l’atmosfera l’associazione di promozione sociale Sostanze organizza il pre-festival “Aspettando Etnica”, sabato 14 e domenica 15 luglio al Campo dei Preti del Pino (via Sant’Antonino, Monte Porzio). Due pomeriggi e due notti all’insegna della libera espressione e del divertimento, con aperitivi musicali, stand, concerti live. E anche mostre d’arte e di fotografia, laboratori attivi (portate il vostro strumento e fatevi ascoltare!), conferenze. Proposte pensate per i giovani ma aperte a tutti. E ad ingresso rigorosamente libero.
Si parte alle 18,00 con gli aperitivi musicali: ristorazione e selezione di brani a cura dei dj dell’associazione e di tutti quelli che vorranno mettere le mani sulla consolle. Fino al 21 luglio.
La sera dalle 22,00 a mezzanotte, spazio alla vivace scena musicale locale: sul palco gruppi reggae e rock da Roma e Castelli. Il modo più semplice per fare conoscenza con le espressioni emergenti del territorio prima di passare a melodie e ritmi dal resto del mondo con gli ospiti del festival vero e proprio. La rassegna si annuncia infatti piena di sorprese, dall’afro-world music di Yampapaya (19 luglio) al reggae di Brusco (21 luglio), concerti per i quali Monte Porzio si prepara ad accogliere un pubblico da record.
Dopo le 24 e prima della buonanotte, un’ordinanza del sindaco regala ancora un’ora e mezza di brani musicali diffusi attraverso gli impianti.
Accanto al palco, ecco gli stand. Bancarelle, spazi espositivi con le opere dei giovani fotografi e artisti presentati da Sostanze e un’attenzione particolare alla solidarietà e all’ambiente: ci saranno, tra gli altri, Emergency, la Casa del Volontariato e dell’Associazionismo, l’Osservatorio Ambientale, il giornale “Il Catone” e i padroni di casa, i Padri Betharramiti di Villa del Pino, con prodotti equo-solidali e il progetto di allestimento di un poliambulatorio in centro Africa guidato dal dott. Mariani.
Per l’occasione su via Sant’Antonino si circolerà a senso unico, con un lato della strada riservato alla sosta. Previsto un servizio di parcheggiatori.
Sostanze, fresca realtà monteporziana nata per iniziativa di oltre venti giovani dei Castelli, è un’associazione no-profit. Con il suo lavoro all’insegna dell’eclettismo artistico e musicale, della condivisione e del libero pensiero, propone iniziative culturali all’insegna del divertimento intelligente.
Etnica – musiche e culture dal mondo, terza edizione, è realizzata dal Comune di Monte Porzio Catone in collaborazione con le associazioni Django Jazz Tzigana, Foresta di Piume e Sostanze, con il contributo di Regione Lazio, Provincia di Roma, XI Comunità Montana e con il patrocinio del Parco regionale Castelli Romani.
Fonte: Ufficio Stampa
Comitato di sostegno alla O.N.G. Assema
Con piacere segnaliamo un appello inviato da
Scrivo in merito ad un’iniziativa che sta nascendo tra quanti in Italia sostengono la ONG brasiliana ASSEMA e le lavoratrici rurali Quebradeiras de Coco Babaçu della regione del Mearim nel nord-est del Brasile.
ASSEMA è una organizzazione non governativa, senza fini di lucro, di carattere regionale, che si pone come obiettivo quello di rafforzare, attraverso il sostegno tecnico, giuridico e politico, le famiglie di lavoratori e lavoratrici rurali che sopravvivono grazie all’agricoltura e all’estrattivismo vegetale, per rivendicare e proporre, insieme al potere pubblico e all’iniziativa privata, forme di sviluppo sostenibile. (http://www.assema.org.br).
Diversi viaggi di scambio tra Italia e Brasile hanno dato i loro frutti considerando che, ad oggi, si possono individuare almeno due progetti significativi, sostenuti da diverse realtà:
- il fondo rotativo “Banca della Donna”, promosso dall’associazione Josafrica;
- la realizzazione della linea di detergenti ecologici e equo-solidali “Lympha Bio Solidale” (www.lympha.eu) promossa dalla cooperativa “Mondo Solidale” di Ancona, con la collaborazione di Luigi Eusebi, che verrà presentata il 26 maggio p.v. presso la Fiera dell’equo-solidale di Milano (http://www.pimedit.org/).
Proprio per dare continuità a quanto costruito sinora, durante la scorsa estate insieme agli amici brasiliani è nata l’idea di costruire un Comitato, espressione della società civile italiana che in diversi modi e in diverse forme sta sostenendo (o vorrà sostenere!) le lavoratrici e i lavoratori rurali della regione in cui opera ASSEMA. Il Comitato potrebbe diventare una specie di “Ambasciata di ASSEMA in Italia”, uno spazio di incontro, scambio e partecipazione attiva, generatore di sinergie e nuove idee al fine di sostenere con costanza ed efficacia l’attività della ONG ASSEMA.
In più occasioni abbiamo avuto modo di condividere con voi, insieme agli amici brasiliani, che fare cooperazione, ancor prima dei progetti e delle raccolte fondi, è COSTRUIRE RELAZIONI UMANE BASATE SULLO SCAMBIO PARITARIO….
… proprio questo è il punto di partenza del costituendo COMITATO DI SOSTEGNO ALLA ONG ASSEMA… e chiunque di voi vorrà farne parte sarà benvenuto/a!
Chi è interessato può contattare l'indirizzo:
Abraços de fibra,
Sara Vicari
Amiga da ASSEMA
P.S. Lunedì 28 maggio 2007, alle ore 19,00, presso l’Auditorium del Liceo Classico Sperimentale “J. Joyce” di Ariccia, via Alcide De Gasperi, 20, avrà luogo lo spettacolo teatrale “Sui peli del bianconiglio”, realizzato dalla classe III A. Ingresso a sottoscrizione libera, in favore di ASSEMA.
Africa - giovani lavoratori di strada
L'iniziativa propone l'intento di avviare un tavolo per la cooperazione decentrata, come vera cooperazione tra i popoli, coinvolgendo Provincia di Roma, Comuni dei Castelli Romani, Municipio X e VIII di Roma est, a favore dell’Africa e nel protagonismo congiunto dei giovani del Nord e del Sud del Mondo, uniti per costruire un nuovo modello di sviluppo.
O lopetto di Ariccia
di Andrea Tupac Mollica
Che sia totem, antenato mitico, mostro, agente o spirito disincarnato dello stregone, l’animale ed il vegetale sono (o sarebbe meglio dire, erano) presenti con forza nella dimensione quotidiana delle culture tradizionali agropastorali dei Castelli Romani. La visione che si offre agli occhi ed alla riflessione dello studioso che si avvicina a questi patrimoni culturali arcaici è quella di un’estrema permeabilità dei corpi animali, vegetali ed umani. Le proprietà (di volta in volta curative o venefiche) delle piante e degli animali entrano nel corpo umano per ingestione, audizione, inalazione. Il corpo umano si veste della pelle dell’animale e della scorza della pianta tanto per ripararsi che per mutare. Gli umori corporali, i fluidi e le essenze si scambiano, dando vita ad una serie potenzialmente infinita di tradizioni, aneddoti, storie, racconti e saghe, miti originari delle culture indoeuropee e proto indoeuropee che ritroviamo, con diversi accenti, in tutte le tradizioni d’Europa, comprese le culture agropastorali dei Castelli Romani.
Sigfrido si bagna nel sangue del drago Fafnir; il bardo Taliesyn è un salmone; alla violenza maschile mille ninfe si sottraggono mettendo radice; il calderone delle streghe è un utero fecondo di piante ed animali, dal quale può sortire veleno e medicina, balsamo e fattura. La potenza femminile, Potnia Therion “Signora delle Bestie” partorisce l’idea stessa dell’ibridazione tra umano, animale e vegetale: gargolla, drago, serpente alato, unicorno, pegaso, grifone, ippogrifo, mandragola, epistige, erba degli impiccati, cinocefalo, lupo mannaro, arpia: il ventre della terra partorisce senza riposo, in una gioiosa e terribile genesi mai lineare e mai data una volta per tutte, tutte le relazioni e le ibridazioni possibili (anzi, immaginabili) tra umano, animale e vegetale. E per ognuna di esse l’uomo racconta e tramanda una storia, un ammonimento, una favola, un sogno.
Ad Ariccia è presente l’ultima sopravvivenza del mito indoeuropeo del lupo mannaro, o lopetto, come viene ancora chiamato dai vecchi ariccini.
Il lupo mannaro è una delle figure mitiche più “potenti” nelle culture tradizionali europee, presente, in diverse versioni, nelle culture continentali e mediterranee. Nel mondo germanico è il werwulf, il “lupo che cambia”. La radice wer, la stessa del latino vertere (cfr. latino versipellis, “lupo mannaro”), indica cambiamento, mutazione. In senso proprio suggerisce l’atto del “rivoltare”, l’idea che il lupo mannaro sia un uomo che, rivoltando la propria pelle, acquista le fattezze della bestia, e viceversa. A queste creature le culture indoeuropee hanno riconosciuto un ruolo fondante delle relazioni fra uomo e ambiente, fra natura e cultura: il ruolo del guerriero della Terra. In determinati periodi dell’anno, alcuni uomini e donne, benedetti dalla Madre Terra ed al tempo stesso da essa gravati di una grande responsabilità, si recavano su mitici campi di battaglia per combattere una guerra senza tregua con le forze del caos e della desolazione, sia per difendere gli alberi, i boschi e i fiumi che i campi, i raccolti ed il gregge dell’uomo. In questo modo l’uomo non solo riconosceva al lupo una funzione propriamente salvifica dell’ordine sociale, ma al tempo stesso esercitava (su esso e mediante esso) una funzione apotropaica, poiché, identificandosi col lupo, in qualche misura ne scongiurava la sua forza irrelata, caotica, bestiale, potenzialmente dannosa per il gregge. Ed è estremamente significativo che tale complesso mitico/culturale si esprimesse attraverso l’identificazione tra uomo e animale. Non l’uomo che signoreggia il lupo e, in ultima istanza, lo uccide, ma l’uomo che si fa lupo, per acquisire così potenza animale e difendere il proprio corpo sociale, offrendo, in tal guisa, anche una rappresentazione della contiguità tra corpo individuale e corpo sociale. Nella cultura materiale dell’uomo tale rapporto ambivalente è sintetizzato in uno strumento musicale arcaico, la zampogna (strumento presente nel passato della storia musicale popolare dei Castelli Romani). La zampogna, con pelle di gregge e chanter di legno scolpito in foggia di testa di lupo, è un esempio brillante, per certi versi commovente, di questa mirabile capacità di sintesi simbolica e iconica propria delle culture orali. Corpo di capra e testa di lupo, la zampogna, in numerose leggende popolari di tutta Europa ed anche dell’area mediorientale ha una voce che, di volta in volta, doma il gregge, rende gregge mansueto il branco di lupi (come nelle leggende francesi dei meneurs des loups, i “pastori di lupi”), mette in fuga il branco, atterrisce l’avversario umano con la sua voce di uomo e bestia.
O lopetto ariccino è oramai poco più che un fantasma culturale. Le sue sempre più sporadiche apparizioni riguardano oramai pochi vecchi ariccini, che ancora lo sentono graffiare la notte alle porte delle cantine. In linea col mito indoeuropeo anche o lopetto ariccino nasce con la camicia. Si ritiene, cioè, che i bambini nati con la camicia, vale a dire con brandelli di placenta ancora attaccati al corpo a mo’ di camicia, siano destinati a mutare in lupi in determinate notti dell’anno, in particolar modo la notte della Vigilia della festa di Santa Apollonia, matrona di Ariccia, sotto le cui spoglie di santa si ravvisa un antico culto della Dea Madre, il 9 di febbraio. L’ultimo lupo mannaro ariccino, pubblicamente riconosciuto come tale, era un tale Armando o lopetto, per l’appunto, il cui cognome non sembra essere stato tramandato (anche se alcune memorie di vecchi ariccini fanno credere che si trattasse di un membro del ramo dei Mollica di Ariccia), vissuto nei primi del ‘900 ad Ariccia che, nelle notti d’inverno, in preda a spasmi brucianti, che gli ariccini di allora credevano essere i sintomi della trasformazione in atto, si tuffava nudo nelle fontane di Piazza de’ Corte, nel tentativo di trovare sollievo ai suoi dolori. L’ultima testimonianza certa circa la presenza de o lopetto ad Ariccia, risale al 2005, quando una anziana signora ariccina, attardatasi a notte fonda nella sua cantina per finire di capare (pulire) la cicoria selvatica raccolta nei campi di Vallericcia, l’ha sentito distintamente graffiare al portone di legno sino all’alba.
Bibliografia di riferimento
Alba Trome, Miti e leggende nordiche, Catania, Brancato, 1992.
Michael Foss, Miti e leggende dei Celti, Roma, Newton Compton, 1997.
Robert Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, 1991.
Jurgis Baltrusaitis, Il medioevo fantastico, Milano, Adelphi, 1993 e Formazioni, deformazioni, Milano, Adelphi, 2005.
Gaio Petronio Arbitro, Satyricon, Milano, Rizzoli, 1995.
Carlo Ginzburg, I benandanti, Torino, Einaudi, 1966 e Storia Notturna, Torino, Einaudi, 1989.
Jacques Coget et alii, L’homme, l’animal et la musique, Paris, FAMDT, 1994 e L’homme, le vegetal et la musique, Paris, FAMDT, 1996.
Gli dèi dell'ebbrezza
di Andrea Tupac MollicaCi sono alcuni elementi che ricorrono in tutte le culture del mondo, e in tutti i tempi. Tali elementi sono, proprio per questo, considerati fondanti dell’umanità, cioè tratti essenziali che ci definiscono in quanto uomini. Il fatto che questi elementi accomunino genti di tutto il pianeta sottolinea la nostra “fratellanza in Adamo”. Vale a dire il fatto che non importa quanto lontani nello spazio o nella storia gli uomini possano essere: nel fondo sono accomunati tutti da medesime esigenze e bisogni, sia di natura materiale che spirituale.
Queste costanti sono molte: tra le quali le più importanti sono il linguaggio, la musica, la parentela, la religione e quella che possiamo chiamare “scienza della terra”, vale a dire un sistema di conoscenze riguardo l’ambiente che ci circonda.
Nelle società complesse, come la nostra, queste conoscenze diventano scienze in senso proprio, in altre (come presso gli indios amazzonici, gli aborigeni australiani, o gli indiani d’America, ma anche nelle antiche culture dell’occidente: cioè latini, greci, celti, germani) questa scienza rimane intrisa di profondi significati simbolici.
In questi corpus di conoscenze, miti, riti e antica sapienza si trovano indissolubilmente legati.
La figura del sacerdote, quella del sapiente e del guaritore coincidono. Laddove l’occidente moderno ha diviso e parcellizzato, altre culture, antiche e moderne, hanno legato.
Una parte consistente di questi saperi che possiamo, senza mezzi termini, definire “sacri” ha riguardato la conoscenza dell’ambiente naturale, delle piante e degli animali, delle loro caratteristiche e proprietà e dei modi per volgerle a proprio favore. In antiche civiltà, come quella greco/romana, la natura era espressione diretta della volontà degli dèi, ed ogni elemento rilevante del cosmo naturale veniva personificato in una divinità e simbolizzato in un rituale.
Non c’è dunque da stupirsi se tanto interesse, materiale e simbolico, è stato dedicato a quella vera e propria opera magica che è la produzione di bevande alcoliche ed estatiche, di cui il vino è certamente la più famosa e la più apprezzata da noi mediterranei, e non solo.
Questa breve lettura ci condurrà in un viaggio attraverso le culture e i secoli per svelare piccole storie e segreti legati alla produzione di queste bevande, che per lungo tempo sono state considerate sacre, e spesso appannaggio di una ristretta casta sacerdotale.
La più celebre delle antiche divinità legate alle bevande alcoliche è senza dubbio Dioniso – foto 1 –, conosciuto come Bacco dai latini. Il significato del suo nome è incerto, forse significa “fanciullo di Zeus”. Ma ad esso furono dati molti altri nomi, ognuno rivelatore di una personalità divina incredibilmente complessa, così come complessa era la rete di miti e riti e storie che vertevano su Dioniso. La prima sorpresa che incontriamo nel nostro viaggio è che, in origine, Dioniso non era il dio del vino. È vero che la produzione occasionale del vino da vite selvatica risale al neolitico (cioè a 10.000 anni fa), ma la coltura della vite domestica risale a circa 3.000 anni fa. Dioniso, all’epoca già esisteva. A quale bevanda era legato, allora? Le testimonianze archeologiche ci parlano di una prima fase, 5.000 anni fa, nella quale Dioniso era legato all’idromele, un alcolico ottenuto dalla fermentazione dentro una sacca in pelle di toro (non a caso animale sacro al dio) di una miscela di acqua e miele, il cui consumo rituale era concesso solo ai sacerdoti che lo bevevano per mandare giù delle palline di papavero. In seguito l’idromele fu sostituito dalla birra di spelta – foto 2 –, ed il papavero da una varietà di edera allucinogena. Infine la birra fu sostituita dal più prezioso vino, ma l’edera rimase sempre un attributo di Dioniso. Si diceva prima dei molti nomi che a Dioniso erano attribuiti, vale la pena di citarne alcuni. Gli etruschi lo conoscevano come FUFLUNS PACHIES (Bacco Germoglio), Plutarco lo chiamò KISSOS, che vuol dire “edera”. Era anche detto XENOS, straniero, per il suo essere originario dell’India (un aspetto interessante su cui torneremo fra breve). Ma ancora GANOS, splendore, FANOS, fulgore. I sacerdoti latini lo chiamavano SABAZIO, che vuol dire notturno, segreto. Questo ultimo termine è da accomunare al latino SAPA [mosto cotto], ed addirittura deriva dal sanscrito (l’antica lingua dell’India) SAVÀ, che significa torchiare. Ed era anche chiamato ERIPOS, vale a dire “capretto”: l’animale che le tremende baccanti, le sue sacerdotesse, sbranavano vivo durante l’estasi dionisiaca – foto 3 –.
Di queste feroci sacerdotesse, e dei loro rituali, la mitologia greca e romana tramanda cose terribili. Nella vita di tutti i giorni erano donne normali, madri di famiglia e lavoratrici. Ma periodicamente si dedicavano al culto di Bacco. Allora si ubriacavano e correvano seminude nei boschi, di notte. Gridavano come ossesse, divorando carne cruda. Spesso nella loro furia uccidevano qualsiasi malcapitato uomo incontrassero. Si cospargevano i capelli di una miscela di alcol e sale e si davano fuoco, infiammando la testa. Il reale significato di questi antichi rituali è purtroppo andato perduto per sempre.
Dioniso, in quanto dio del vino, era preposto agli aspetti caotici della vita. Sotto la sua influenza le madri disconoscevano i figli, e i padri li uccidevano. Chiunque tentasse di opporsi al suo potere impazziva o veniva sbranato dalle sue baccanti. Penteo venne fatto a pezzi dalla madre baccante, mentre cercava di impedire un sacrificio umano. Licurgo si rifiutò di accettare il culto di Dioniso in Tracia e, reso pazzo dal dio offeso, finì con l’uccidere il proprio figlio, credendolo una vite da potare. Ed in questo mito vediamo forse il retaggio di un antico sacrifico di origine orientale.
Si diceva prima delle origini indiane di Dioniso. In effetti, secondo uno dei diversi miti riguardanti la sua nascita, sarebbe stato allevato in India dalla sorella di sua madre Semele (madre terra). E proprio in India Dioniso fu iniziato da Sileno (figlio di Pan il dio dei Boschi) alla coltivazione del vino e ai segreti dell’edera allucinogena. E In effetti in India noi troviamo l’esistenza di un altro dio molto simile a Bacco.
Il suo nome è Soma, che poi è lo stesso nome della bevanda sacra a cui è associato. Questa bevanda non era però alcolica, ma era ricavata dalla spremitura di un fungo conosciuto anche in Europa: l’amanita muscaria – foto 4 –. Si tratta di un fungo appartenente al phylum dei basidiomiceti, tossico ma non mortale e dotato di proprietà allucinogene. I suoi principi attivi sono l’acido ibotenico, la muscorina, l’acetilcolina e la bufotenina (che poi è la stessa sostanza contenuta nel veleno dei rospi). E anche di rospi avremo modo di parlare fra poco. Il soma si ricavava spremendo i funghi e filtrandone il succo in un filtro di lana grezza. Soma era un dio guaritore, al pari di Dioniso aveva per attributo il bastone, per animale sacro il toro e per elemento il fuoco, simbolo del caos e della rigenerazione.
Di soma si parla negli inni vedici, un tipo di letteratura sacra caratteristica dell’India antica, che per noi occidentali sono di difficilissima, se non impossibile, interpretazione. Col tempo Soma cadde nell’oblio, e nella mitologia indiana fu Shiva a prendere il suo posto – foto 5 –. Anche Shiva, impugna un bastone con un tridente alla sua estremità, ed il suo animale sacro è il toro bianco.
Ma se non possiamo dire né sapere molto di Soma, la sua strana bevanda è invece giunta fino in Europa, al seguito delle migrazioni degli indoeuropei, cioè popoli di origine asiatica, avvenute in più fasi a partire dal 3.000 a.C.
Consumatori di questa bevanda erano infatti i berserker, gli uomini orso. Così erano chiamati i vichinghi appartenenti ad una particolare società guerriera, che praticava un culto segreto di Odino, il signore di tutti gli dèi nella mitologia nordica. Questi berserker bevevano la bevanda sacra prima di andare in battaglia, e grazie ad essa erano pervasi da un furore inestinguibile, che li faceva combattere fino alla morte, ignorando le ferite, e con una ferocia inaudita.
L’esistenza dei berserker come fratellanza religiosa è cosa praticamente certa, ma la lettura antropologica ci porta a dubitare della loro effettiva funzione guerriera. È più probabile che i berserker fossero una sorta di sciamani, che la bevanda precipitava in uno stato allucinatorio, e che in questa condizione essi combattessero delle battaglie immaginarie contro gli spiriti del male.
Sia come sia l’amanita muscaria, al pari della vite, nell’antichità ha rappresentato un elemento sacro. Anche in età cristiana. È inutile ricordare il legame che c’è tra il vino e il sangue di Cristo. Ma si rimane sorpresi nello scoprire che l’amanita muscaria, in epoca medievale antica, era considerata alla stregua dell’albero della sapienza di biblica memoria, quello a cui Adamo ed Eva non si sarebbero mai dovuti avvicinare – foto 6 –. Questo affresco si trova nel cuore dell’Europa, in Francia per l’esattezza, in una antica abbazia risalente al 1200. Come potete vedere l’albero proibito, con tanto di serpente tentatore, è rappresentato come una gigantesca amanita.
E già che ci troviamo nel medioevo, come dimenticare la mitica mandragola? Una pianta cui gli antichi alchimisti attribuirono ogni sorta di potere magico. Anche dalla mandragola – foto 7 – si ricavava una bevanda che si diceva rendesse fertili le donne, invulnerabili ed addirittura in grado di scoprire i tesori nascosti. In realtà questa pianta, una solanacea, diffusa dall’Himalaya al mediterraneo ha proprietà narcotiche ed allucinogene che ben conoscevano le streghe che nel medioevo ne facevano uso.
Si diceva poc’anzi di rospi. Il rospo è, in effetti, uno degli animali che di consueto vengono associati alle streghe. In rospi vengono tramutati gli incauti che non si dimostrano gentili con loro, e rospi sono gli aiutanti più servizievoli che queste megere hanno al loro servizio. Ma il rospo è anche uno degli ingredienti che più spesso compare nei calderoni delle streghe dei racconti popolari e nelle fiabe. Code, pelli, occhi di rospo e via dicendo. Sembra proprio che questo pacifico anche se repellente animale fosse uno dei preferiti dalle streghe dei tempi che furono. E non si tratta solo di favole per bambini. Nei verbali dei processi medievali molte poveracce accusate di stregoneria confessarono di aver utilizzato unguenti o bevande confezionate con una qualche parte del nostro animaletto. Ma perché?
Il rospo appartiene all’ordine degli anuri ed è diffuso praticamente in tutto il mondo (fanno eccezione la Groenlandia, l’Australia, la Nuova Guinea e la nuova Zelanda). Una delle sue caratteristiche salienti è la presenza ai lati del collo di due ghiandole dalle quali secerne una sostanza urticante e velenosa che serve a proteggerlo da alcuni predatori. Questa sostanza contiene un principio attivo detto bufotenina, che in natura è presente anche in altre specie animali e vegetali. La bufotenina ha proprietà allucinogene. Le bevande confezionate con rospi contengono dunque bufotenina, e sono bevande estatiche.
Gli stessi antichi profeti latini, gli auruspex, devono probabilmente il loro nome al rospo, di cui assumevano la sostanza estatica per entrare in trance e profetizzare.
Una delle caratteristiche che accomuna le bevande estatiche (alcoliche e non) è che chi ne fa uso, spesso, assume tratti animali, sia metaforicamente, sia letteralmente.
Nella Bibbia si racconta di Noè che coltivò la vite, fece il vino ed iniziò a berselo. Al primo bicchiere si fece docile come un agnello, al secondo smargiasso come un leone, al terzo sciocco come una scimmia, e al quarto prese a rotolarsi per terra come un porcellino.
Le baccanti in furia si ritenevano simili a lupe, e correvano per i monti ululando alla luna.
I berserker, di cui si diceva prima, credevano di mutarsi in orsi dopo aver assunto la loro bevanda. E, sempre in ambito nordico (anche nel nord Italia), fratellanze sciamaniche simili si dicevano in grado di mutarsi in lupi. E siamo forse davanti ad una delle possibili origini della figura del licantropo: il lupo mannaro.
Le streghe si trasformavano in corvi, gufi o civette, e in questa forma si recavano al sabba.
Gli sciamani desana dell’Amazzonia ancora oggi preparano lo jagè: una bevanda ottenuta bollendo insieme due piante: la baanisteriopsis caapi e la psycothria viridis. Lo jagè trasforma lo sciamano in giaguaro.
Insomma a quanto pare in tutto il mondo, in tutte le epoche sono esistite, ed esistono ancora, bevande alcoliche e/o allucinogene che vengono usate da ristretti gruppi di persone per scopi rituali: che siano baccanti, berserker, streghe, sciamani o quant’altro. E questo avviene da sempre, fin dagli albori della civilizzazione. In antiche tombe iraniche risalenti a 10.000 anni fa sono state trovate tracce di infusi a base di efedra (una pianta narcotica). Nelle incisioni rupestri preistoriche della Val Camonica, risalenti a 7.000 anni fa sono state ritrovate raffigurazioni della psylocibe lanceolata, un’altra pianta allucinogena. I sacerdoti degli olmechi, una antica popolazione del centro america, stiamo parlando di 3.500 anni fa, sacrificavano e poi mangiavano una particolare specie di anatre che venivano nutrite con i nostri amici rospi. In antiche tombe precolombiane ritrovate in Texas, sono state rinvenute tracce dell’allucinogeno mescal. Addirittura gli aztechi avevano un loro dio equivalente a Dioniso, chiamato Xochipilli, dio di una birra ricavata dalla fermentazione di un tubero locale.
E a questo punto, visto che stiamo per concludere questo breve viaggio, ci lasciamo con un ultima curiosità. Il consumo di piante o sostanze estatiche non è un caratteristica esclusiva dell’uomo. Numerose specie animali consumano scientemente piante che producono su loro strani effetti. Gli uomini spesso hanno imparato dagli animali. I cervi europei sono ghiotti di amanita muscaria. Gli antichi druidi celti, che ne facevano uso per confezionare una birra nella quale mettevano anche della segale cornuta, li seguivano nei boschi per farsi condurre ai funghi. Anche la famosa erba gatta (il cui nome scientifico è nepeta cataria), ha sui gatti un effetto euforizzante: è per questo che ne vanno matti. I piccioni sono ghiotti di semi di cannabis, che in Inghilterra vengono per questo detti pidgeon candy, cioè “caramelle dei piccioni”. I lama, le infaticabili cavalcature delle Ande peruviane, cercano la pianta di coca, di cui masticano le foglie che hanno un effetto defatigante. Gli indios aruacan delle pendici delle Ande in tempi antichi ne osservarono il comportamento e li imitarono. Lo fanno ancora oggi: masticando foglie di coca prima di partire per la caccia, possono stare anche tre o quattro giorni senza mangiare, non hanno quindi bisogno di portarsi dietro il cibo, e possono viaggiare più leggeri. Asini e capre nostrani mangiano, quando ne trovano, la catha edulis, una pianta che contiene gli stessi principi attivi della coca, anche se in quantità assai minore. I gorilla del centro Africa mangiano regolarmente iboga, una pianta fortemente allucinogena. I sacerdoti pigmei traggono dalla stessa pianta una bevanda che permette loro di raggiungere il regno dei morti e parlare con i loro antenati. E da ultimo nelle Nuove Ebridi, cioè in Oceania, una specie di roditori selvatici mastica le radici di piper methisticum, sviene per qualche istante e poi si riprende e si allontana barcollando. Gli indigeni polinesiani li hanno imitati e con questa pianta preparano un’altra bevanda magica il kawa.
È tutto. O forse no. In fondo, come scrisse un anonimo epigrammista latino: c’è molto di più dentro questo bicchiere di vino che non nella mia testa. Chissà che voleva dire.
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